Ode alla castagna 2017-10-05T07:50:14+00:00

CASTAGNA, musica dei boschi

Montella e Gesualdo (AV) – 27 Settembre 29 Dicembre 2017

ODE ALLA CASTAGNA di Carlos Solito

IRPINIA, UN VIAGGIO…FINO A MONTELLA

di Carlos Solito©

 

 

Dire Campania è raccontare una storia di mirabili vestigia. Vi pare poco? A me, affatto! Scandirla per bene, sommessamente, è come sciorinare una preghiera. Una preghiera che si recita dentro, si sente, mentre a mani giunte ci si trova scossi da un rinnovellar di fede. In questa regione vi è tanta sacralità, da sempre, e vi è tanta bellezza. È dura da credere, ma è così, lo giuro, io so, ho le prove!

Prendi la via per l’entroterra pieno di chiaroscuri, sali di quota e scandisci piano questo nome: IRPINIA. Arrivarci non sarà cosa facile, è vero! Questa è terra piena di selve e ombre care ai coraggiosi Sanniti che diedero filo da torcere ai legionari dell’antica Roma. Questa è terra dove ancora i lupi fiutano l’aria e ululano alla notte quando madre luna illumina e sparge luce d’argento. Questa è terra dove calmare il respiro e dove chiudere gli occhi… proprio così…

…Chiudi gli occhi!

Uno, due, tre secondi… conta fino a dieci e poi, poi, lentamente aprili, guardati attorno. Verde ovunque, boschi a perdita d’occhio, canyon stretti come Termopili e valli ampie come immense fionde dove tendere la propria curiosità, lanciare il proprio senso di scoperta e poi conoscere, ancora conoscere. Occorre mettere in conto il vento. Va ovunque, muove ogni cosa, acchiappa tutti. Rompe i silenzi e lo vedi, lo giuro, qui il vento lo vedi. Arriva muto, dall’alto, dal basso, e fa danzare. Piega le fronde, entra nei boschi e fischia fischia fischia come un brigante nascosto che, con l’ombra sua amica, annuncia un tesoro da scoprire. A partire dal paesaggio con morbide colline simili a quinte gengivali dalle quali spuntano ossute montagne, molari di preta che s’impennano verso ro cielo quasi a ce lo volè mozzecà. Vette puntute come seni di donna, da raggiungere dopo ore di cammino, fatica e fiatone, sulle quali stendersi e stare a guardare in alto l’azzurro forte per fare l’amore col silenzio profumato dal muschio. In questa cosiddetta Terra di Mezzo il vento è paesaggio, crea il paesaggio e tu, viandante, come tutti gli uomini non puoi che cercare di inseguirlo, affannosamente gli stai alle calcagna, fino a che non ti arrendi all’evidenza: da quel vento non avrai che da imparare, apprendere e rubare il mestiere. Farai come i pastori che, guardando in cielo le mandrie di nuvole, bianche bianchissime, scure nere nere, hanno imparato a fare il pieno di aria. Respiri profondi come pozzi, polmoni pieni come otri, fissano attentamente gli animali e il luogo dove vogliono che vadano, poi soffio forte, tempesta nel palato e labbra strette. Inchiodano la lingua i pastori, regolano i denti e, con un solo fischio, spingono greggi di pecore, capre e podoliche grandi come eserciti. Un solo fischio per mandarle ovunque tra monti e altipiani, immensi imbuti erbosi, dove l’acqua piovana e lo scioglimento delle nevi regala al sottosuolo la vera ricchezza di ogni tempo: l’acqua.

Pane pane e vino al vino, le cose vanno dette per quelle che sono: l’IRPINIA è una mamma d’acqua. Eh si, na mamma! Ogni giorno, in ogni angolo di questa “terra dell’osso”, l’acqua sgorga copiosa ghiacciate fragorosa “fabbricata” nel suo ventre roccioso, in quello che è stato definito uno dei bacini idrogeologici più vasti d’Italia e d’Europa. Insomma tanta vita,  perché – si sa – l’acqua è questo: un miracolo dal quale tutto ha inizio. E come tutti i miracoli, prima di ogni cosa, vanno ammirati. Dove? Sugli altipiani bacati qua e là da doline e inghiottitoi, nelle caverne e nelle grotte attraversate da fiumi ipogei, tra le sorgenti dove atomi di idrogeno e ossigeno vedono la luce dopo un viaggio sotterraneo nelle vene delle montagne. E ancora, ai piedi delle cascate, dove – a guardar bene – non c’è caduta, ma danza di scrosci, migliaia, milioni, miliardi di scrosci. Un ballo liquido, che va in scena da un tempo senza tempo, in un sipario fatto ri mondagne gruoss’assaje, dove imperano faggete e castagneti, al cospetto delle quali fa bene sentirsi piccoli per il semplice fatto che, in questa vasta forte e madre Natura, simm’accussì: piccirill piccirill.

A questo Appennino Giustino Fortunato dedicò parole mirabili: “Catene di monti sfumanti e ondeggianti quasi nuvole dall’estremo orizzonte, mi davano come una vaga sensazione di quell’ignoto, di quell’interminabile, di quell’infinito che tanto affatica la mente… Quegli accordi misteriosi, quelle voci indefinite, che non si sa donde vengano e che compongono la stupenda sinfonia della natura… Sentii che la montagna è la regina della natura, regina indomita e superba, simbolo della sua forza e del suo mistero, della sua purezza incontaminata: la prima che il sole imporpori, l’ultima che esso abbandoni”.

Lassù, più che altrove, il cielo spalanca il suo diritto di permanenza. Bianche le nuvole, calma l’aria, dolce il silenzio, ladro il freddo che punge morde e scappa. È qui che stanno storie di luoghi e sensazioni, d’incontri umani e occhi, di vento e bandiere, di colori e ruggine. L’Irpinia è una terra sapida, pendii che schizzano verso il cielo e poi precipitano nelle ombre di boschi millenari, generando, in antitesi alle linee della natura dei luoghi, il battito di un tempo che ha il sapore della dolcezza, della lentezza. Quella lentezza dove tutto, inesorabilmente, scorre ma con una sorta d’illusione del tempo fermo, marcato dall’immobilità solenne e maestosa del paesaggio. Colpa delle montagne che lo riempiono, giuro! Nella loro infinita trama, la percezione del tempo si dilata, si sbriciola, sparisce. Soprattutto verso ovest dove la pietra s’impenna nell’Accellica. Magia, stop! Lo skyline di questa montagna dall’aspetto dolomitico, decisamente alpino, è tra i più singolari del cuore dell’entroterra campano. Come un faro nella tempesta è questa vetta che annuncia prima di tutte l’Appennino e credetemi, lassù, a quota 1660 metri, osano le aquile… quelle reali!

Siamo nel versante occidentale del vasto massiccio dei monti Picentini, un profilo di dolomie triassiche culmina con una strettissima cresta sommitale che si scorge bene da ogni angolo d’Irpinia. Giustino Fortunato scrisse: … con la sua forma tozza e piramidale a grandi risalti d’ombre e di luce, era in quell’ora mattutina un incanto di bellezza, e da essa mi scendeva nel cuore un vago sentimento, che pareva musica maestosa e indefinita”. E ancora: “Era una di quelle immense vedute, così frequenti su l’alto Appennino, che distraggono più che non sogliono richiamare o fissar l’occhio; solo la Celica, l’aerea, l’arditissima Celica fatta a mo’ di forca, attirava distinta lo sguardo a cinque miglia in linea retta e, come tutte le altezze solitarie flagellate dai venti, predominava maestosa e solenne”.

 

Guardando le tre cuspidi, quinte di pareti si affollano tra il Varco del Paradiso e la possente guglia del Nenne, separando le vette nord e sud. Poi precipitano vertiginosamente sul Vallone della Neve e, in basso a tutto, dopo centinaia di metri precipizio, ecco la meta del mio … del tuo viaggio: una miniera di boschi di castagni, guerrieri antichi millenari.

E tra le selve misteriose, adagiata sulla riva del giovanissimo Calore, sta Montella, patria della castagna. Padre, madre, dignità, ricchezza e famiglia: il riccio che custodisce due o più frutti rappresenta il guscio dell’unione e dell’amore, concetto già noto agli antichi Etruschi. Il rispetto per il cosiddetto “albero del pane” (simbolo dell’operosità di una vita spesa tra fatiche, freddi gelidi e gli stenti delle annate magre) ha radici in ogni abitante di questa cittadina. Secoli e secoli di dedizione a firma d’intere generazioni di castanicoltori: originario dell’Asia Minore il castagno giunse su queste montagne intorno al VI-V secolo a.C.

Interminabili distese a perdita d’occhio vorranno pur dire qualcosa: in un passato non molto lontano qui in Irpinia, come in altre realtà dell’Appennino e del Mediterraneo, il castagno era quasi in grado di risolvere da solo i problemi di sussistenza della comunità. Il fiore per le api in grado di produrre un miele aromatico dal retrogusto amarognolo; le foglie utili oltre che per il composto da concime – per la lettiera degli animali; i frutti freschi o secchi consumati nei più svariati modi e per finire, i ricci dai quali si ricava (come dal legno) il tannino per conciare le pelli.

Per questa comunità, a Montella, il periodo della raccolta delle castagne è un evento importante perché gratifica un intero anno di lavoro, duro specie quando i castanicoltori sono costretti a fare i conti con il cinipide galligeno… a cosiddett’a mosca cafattjettà u sang negli ultimi anni. Tutti in famiglia, dopo la pulizia del castagneto da erba, foglie e rametti (che vengono accuratamente ammucchiati in piccolissimi falò), si prodigano per tutto il mese di ottobre fino ai primi giorni di novembre alla raccolta in un’atmosfera goliardica e sorprendentemente satura di passato: i gesti, i canti, le tecniche di lavorazione sono le stesse da secoli come se nulla fosse cambiato. In diversi casi, quando i castagneti sono estesi, si organizzano delle vere e proprie squadre di raccoglitori che ispezionano in lungo e in largo l’intera superficie setacciando tutti i ricci caduti per svuotarli del prezioso frutto rotondeggiante, con la faccia inferiore piatta, la base convessa, la sommità ottusa. Tutte caratteristiche che hanno contribuito a donarle il nome di “Palommina”: assaggiatela, magnatvella, sentirete la dolcezza e la fragranza della polpa bianca. Che v’o ric’affà!

È una delle attrattive della regione molto apprezzata, ricercata dalle industrie di trasformazione, in particolare da quelle dolciarie, per la preparazione dei pregiatissimi marrons glacés, creme, confetture e farine. Ma non è tutto! Vanno annoverate le rinomate Castagne del Prete, preparate in origine nei conventi. Una grande festa: la SAGRA permette ogni anno, a novembre, di conoscerne e apprezzarne le qualità. È la celebrazione di un popolo, il riconoscimento di un’identità, la bellezza di accoglierete, viandante, e tante, ma tante decine di migliaia di visitatori.

Prendi un po’ di tempo vero, quello senza fretta, riempitene a dovere le tasche, perché qui a Montella ne avrai di cose da ammirare. Prima di entrare nel tessuto urbano passa dal convento di San Francesco a Folloni che, si narra, fu fondato nel 1222 dal Santo di Assisi. In centro, c’è la chiesa Madre di Santa Maria del Piano, del XVI secolo, con un portone ligneo del 1583, finemente lavorato, con riferimento alla tradizione dell’intaglio del luogo. La navata interna, con cappelle laterali e un soffitto a cassettoni, è affiancata da un robusto campanile difronte al quale si trova il nobile palazzo Abiosi (originario del XV secolo) con un giardino all’italiana di oltre diecimila metri quadrati. Bada bene a non perderti, le chiese della Madonna della Libera, di Santa Lucia, di San Michele Arcangelo e della Santissima Addolorata. E ancora palazzo Bruni nel rione Garzano, villa Trevisani e palazzo Virnicchi (dove pare sia nato il poeta Rinaldo D’Aquino nel 1221) nel rione Serra, palazzo Coscia nel suggestivo rione Sorbo che conserva un intrigo di viuzze, scalinate e archi in pietra. Fai pure una deviazione sulla trafficata via del Corso, lì c’è l’architettura liberty di villa Elena e il seicentesco palazzo Volpe. In alto, invece, stanno il monastero di Santa Maria del Monte, col vicinissimo castello longobardo, e il santuario del Santissimo Salvatore sulla cima di una montagna perfettamente piramidale e in straordinaria posizione panoramica sul monte Cervialto (il tetto dell’Irpinia) e le valli del Calore e dell’Ofanto. Montella significa anche tanta natura: la cascata della Lavandaia, l’ombrosa valle della Scorzella, le vertiginose Ripe della Falconara sul monte Terminio, l’altipiano di Verteglia dove un vasto pianoro carsico è incorniciato da millenarie faggete e affioramenti calcarei bacati, qua e là, dagli ingressi di caverne e voragini.

Vieni in Campania, punta la bussola del tuo cuore in Irpinia. Montella e i montellesi, i boschi di castagno, le maestose montagne dei Picentini, vanitose di calcare a picco e silenzi, ti aspettano. Quanta bellezza tra natura, tradizione e storia. Benvenuto!